Quando scattiamo una fotografia, non registriamo semplicemente ciò che abbiamo davanti. Scegliamo dove guardare, cosa mettere a fuoco, cosa lasciare ai margini. Possiamo avvicinarci a un dettaglio, allargare l’inquadratura, cambiare prospettiva. E ogni scelta restituisce una parte diversa di ciò che stiamo osservando. Anche quando monitoriamo un progetto, ci troviamo di fronte a una scelta simile: cosa vogliamo osservare? Quali segnali possono aiutarci a capire cosa sta cambiando? Quali punti di vista dobbiamo ascoltare? Il modo in cui costruiamo queste domande orienta ciò che raccogliamo e, di conseguenza, il modo in cui possiamo leggere il progetto.
Così come ogni modello di macchina fotografica ha caratteristiche diverse, anche l’osservazione di un progetto può sfruttare approcci diversi. In Shift utilizziamo approccio e metodologie del Design come lenti per osservare i progetti e restituire una visione del cambiamento (e dell’impatto).
Definire l’inquadratura: il design per pianificare
Un progetto si sviluppa nel tempo e prende forma attraverso una molteplicità di azioni, persone, relazioni e condizioni che possono cambiare lungo il percorso. Monitorarlo non significa quindi aspettare la fine per verificare se le attività previste sono state realizzate o se gli obiettivi sono stati raggiunti. Significa invece osservare ciò che accade mentre il progetto si sviluppa, raccogliere ciò che emerge e metterlo in relazione con ciò che ci eravamo proposti di fare.
Attraverso il design possiamo costruire un approccio al monitoraggio che non si limita a raccogliere informazioni, ma si preoccupa anche di come queste possano essere raccolte, lette, messe in relazione e raccontate. Per questo, prima ancora di avviare fasi di ricerca desk o field (costruire questionari, interviste o indicatori), ci chiediamo, e chiediamo ai nostri Clienti e/o Partner cosa interessa osservare. È un passaggio importante, che permette di trasformare gli obiettivi del progetto in domande a cui il monitoraggio può dare risposta. Il design partecipativo nello specifico ci permette di mettere a fuoco priorità, bisogni, obiettivi e aspettative, insieme a chi il progetto lo conosce e lo porta avanti.
Tra le nostre recenti esperienze, vogliamo raccontarvi del monitoraggio di Meglio Prima, un progetto pluriennale di cooperativa sociale Il Pugno Aperto (Bergamo) dedicato all’intercettazione precoce e ai bisogni di apprendimento dei bambini in fascia 0-6. Siamo partiti da un assessment con il gruppo di lavoro, attraverso un workshop in presenza che ha coinvolto le referenti progettuali e le operatrici (pedagogiste, assistenti sociali e psicologhe) impegnate nel percorso. A partire dagli elementi già individuati, abbiamo lavorato insieme al gruppo per capire quali fossero le priorità, gli interessi e gli aspetti del progetto che valeva la pena osservare più da vicino. Siamo dunque riusciti a sviluppare uno “eco-sistema” di indicatori, integrati alle metriche già previste e richieste dal finanziatore (bando Attenta-Mente, di Fondazione Cariplo), per intercettare gli elementi desiderati e condivisi dal gruppo di lavoro.

Un approccio simile è stato utilizzato anche per il progetto Girasole, progetto realizzato nell’ambito del Fondo per l’inclusione delle persone con Disabilità (L. 21 Maggio 2021, N.69 – DGR N.XI/7504/2022) di Regione Lombardia, per il quale la nostra collega Sara Radice ha lavorato, in questo caso attraverso una serie di workshop online. Le metriche tracciate sono anche oggetto di un accurato lavoro di data-visualization a conferma che i meri numeri non fanno la storia di un cambiamento.
I due workshop hanno avuto una funzione precisa: costruire insieme uno sguardo sul progetto e decidere l’inquadratura dell’osservazione.
Cambiare prospettiva: il design per coinvolgere
Nel nostro lavoro, integriamo diversi metodi di indagine, scegliendo di volta in volta gli strumenti più adatti alle domande a cui vogliamo dare risposta.
I dati quantitativi ci aiutano a capire quanto è successo: metriche e risultati raggiunti. La ricerca qualitativa permette invece di entrare più a fondo nel modo in cui queste esperienze sono state vissute, nelle difficoltà incontrate, nelle percezioni e negli effetti, anche non previsti. Il design interviene nella progettazione del processo di ricerca e, talvolta, anche in quello degli strumenti stessi, aiutandoci a costruire ponti capaci di facilitare l’espressione e far emergere punti di vista diversi.
Nelle interviste, per esempio, possiamo affiancare alle domande alcuni stimoli visivi: immagini, carte o oggetti, che diventano un supporto per aiutare le persone a raccontare la propria esperienza, oltre il verbale. Una dimensione più partecipativa che permette alle persone di esprimere percezioni, associazioni e significati che non sempre emergono attraverso una semplice conversazione. Questa tecnica è stata utilizzata nel già citato progetto Girasole, come soluzione indispensabile per poter interagire con famiglie e i loro figli.

Gli approcci del service design e del systemic design ci permettono di osservare non solo ciò che accade all’interno del progetto, ma anche le relazioni che lo attraversano e il contesto in cui è inserito. Uno degli strumenti che in Shift utilizziamo per mettere in luce questi cambiamenti è la stakeholder map. All’inizio di un progetto ci aiuta a rendere visibile l’ecosistema degli attori coinvolti: chi sono, che ruolo hanno, quali relazioni esistono tra loro. Ma la sua utilità non si esaurisce nella fase di progettazione: nel tempo, la mappa può diventare uno strumento di monitoraggio, permettendoci di cogliere come l’ecosistema si modifica mentre il progetto procede.
Per Meglio Prima, abbiamo utilizzato la stakeholder map per fotografare l’ecosistema progettuale in tre diverse fasi: all’inizio, a metà percorso e alla fine. Mettendo a confronto queste tre rappresentazioni, abbiamo potuto intercettare chiaramente i cambiamenti sistemici avvenuti nel corso del progetto.
Mettere in relazione: il design per comprendere e comunicare
Il design della comunicazione può entrare nel monitoraggio fin dalle sue prime fasi, diventando la chiave tra osservazione e comunicazione. Sapere che cosa vogliamo raccontare e a chi, ci permette di orientare anche ciò che scegliamo di osservare e raccogliere, costruendo un sistema di informazioni che sia strumentale alla narrazione del progetto.
Visualizzazioni di dati, mappe, report, contenuti editoriali, video o strumenti interattivi possono integrarsi in una strategia di comunicazione capace di restituire il progetto da prospettive diverse, per mettere in relazione dati, evidenze e pubblici diversi, scegliendo di volta in volta forme e linguaggi adeguati. In questo senso, monitorare e comunicare non sono due momenti separati: progettare il monitoraggio significa anche progettare le condizioni per poter raccontare ciò che accade, scegliendo fin dall’inizio quali tracce raccogliere e quali storie far emergere.
Nel progetto Girasole, il lavoro di monitoraggio ha alimentato la produzione di diversi output di comunicazione: un un insieme di strumenti e prodotti differenti, capaci di restituire gli elementi emersi dal monitoraggio sfruttando angolazioni progettuali differenti. Li abbiamo progettati insieme al cliente, proprio a partire dai pubblici a cui erano destinati. Il processo ha previsto un ragionamento sulle informazioni da restituire, sul linguaggio e sui canali, scegliendo di volta in volta la forma più adatta per raggiungere target con esigenze e modalità di fruizione diverse.


L’autoscatto: il design per fare retrospettiva
Anche quando il monitoraggio è concluso, il nostro lavoro non si può dire finito! Pescando ancora una volta dal design partecipativo e, più in generale, dalla facilitazione, possiamo portare lo sguardo anche all’interno del gruppo di progetto e creare uno spazio/momento finale per rileggere insieme ciò che è successo: cosa ha funzionato, quali difficoltà sono emerse, come ha lavorato il gruppo e come sono cambiate nel tempo le relazioni tra le persone coinvolte. In questo modo il monitoraggio non si concentra soltanto sugli effetti prodotti all’esterno, ma osserva anche il processo che ha permesso al progetto di svilupparsi.
La retrospettiva diventa così un’occasione per valutare l’efficacia del team, rendere espliciti apprendimenti e tensioni e trasformare ciò che è successo in apprendimenti e indicazioni utili per i progetti futuri.

Il design accompagna così tutto il processo di monitoraggio: dalla definizione di ciò che si vuole osservare alla costruzione degli strumenti di ricerca, dall’ascolto delle persone all’osservazione dell’ecosistema, dalla lettura e comunicazione delle evidenze alla retrospettiva e all’orientamento del futuro. Non si tratta solo di fotografare ciò che è cambiato, ma di costruire le condizioni per poterlo vedere.
Silvia Peluzzi e Elena Enrica Giunta – 27 Ottobre 2026